giovedì 19 febbraio 2015

VENTI DI GUERRA”

Di guerra si parla ogni giorno. Compare con insistenza, nei telegiornali, sotto forma di bollettini quotidiani, carichi di notizie sconfortanti. Quelle immagini di case perforate da proiettili, sventrate dalle bombe e dai mortai, quelle file di uomini e donne costretti ad abbandonare il proprio focolare, contrastano con le nostra ricerca di tranquillità e sicurezza.
Ci interpellano circa la nostra “civiltà”. Venti di guerra che soffocano la voce della ragione ricacciandola dentro quel pozzo pieno di odio, rancore, vendetta e perseguimento del potere allo stato puro. In un impeto di pazzia collettiva. Che si tratti del conflitto in Ucraina, o delle tribù armate fino ai denti che si contendono i pozzi di petrolio ed il commercio dei migranti disperati in Libia, o del dittatore di Damasco che, dopo aver bombardato i suoi concittadini, ora si atteggia a difensore della civiltà contro il terrorismo dello Stato Islamico.

Ma ciò che colpisce ancora di più è come noi, genere umano, in una sorta di imbarbarimento regressivo trattiamo la natura, “MADRE TERRA”. Mai, come oggi, così martoriata da violenze e aggressioni. Calpestata e frantumata, inquinata ed irrisa. Proprio come noi esseri umani, uomini di tutte le razze e di tutte le religioni, facciamo quando entriamo in “guerra”.
C'è un parallelismo che corre tra distruzione del genere umano nei conflitti bellici di oggi e quello che riguarda il processo graduale di sfruttamento ed impoverimento della terra.
La parola “Terra” si ritrova in quasi tutti i testi religiosi e di fede, per questo motivo è una “madre” dotata di sacralità. Basta aprire la Bibbia e leggere il primo capitolo della Genesi, dove compare ben 16 volte.
Questa Terra occupa circa il 30 % della superficie del nostro pianeta -il resto si sa, è acqua- e tolte le catene montuose e i deserti, il 13% è coltivabile. Attualmente solo il 5% è coperto da culture permanenti, mentre il 40% è dedicato alla pastorizia.


Ci si chiede: cosa succede al restante 55%? Se lo stanno accaparrando le multinazionali dell'agroalimentare e gruppi finanziari di vari Stati che vogliono garantirsi un approvvigionamento di cibo e, dopo la crisi alimentare del 2007-2008 quando il prezzo del riso e del grano è schizzato alle stelle, specularci sopra.

Ecco allora cosa succede nel nostro pianeta. Da una parte guardiamo inermi allo sperpero di risorse e di vite umane nelle guerre nazionali della civile Europa come in Ucraina ed in quelle ideologiche e tribali della fascia mediterranea, culla della civiltà. Dall'altra assistiamo al Land grabbing, degli investitori stranieri che hanno acquistato ben 45 milioni di ettari di terra nel Sud del mondo ed hanno precipitato nella miseria più nera le popolazioni che le abitano da millenni come se si trattasse di un processo naturale.

Ma davvero siamo così impotenti di fronte a questo spreco e a questa devastazione?


martedì 14 gennaio 2014

"MA TUTTO SI RIPETE”




www.ilpostalista.it


Nella primavera del 1965 André Aciman e la sua numerosa famiglia vennero espropriati della fabbrica paterna di tessuti, spogliati di ogni avere e costretti ad abbandonare la propria città, Alessandria d'Egitto, dove vivevano da tre generazioni. Con loro fu cacciata la gran parte degli 80.000 ebrei della comunità di Alessandria.
Ecco alcuni brani del capitolo finale del libro “Ultima notte ad Alessandria” (ed. Guanda 2009) dove il giovane André affronta lo strappo della partenza.
André Aciman “ebreo” è costretto a compiere il suo Esodo da una terra che ama e che rimane indelebilmente iscritta nella sua memoria. E, al termine del viaggio, non c'è una Terra Promessa accogliente. Solo una incerta sosta, in un incessante peregrinare, da una città all'altra, generazione dopo generazione.

Quando mio padre riagganciò, guardò tutti noi che eravamo nella sala da pranzo e disse: -E' cominciata-. Non c'era bisogno che ci spiegasse nulla. Era risaputo che quelle telefonate arrivavano a tutte le ore della notte, ed erano telefonate minacciose, oscene, offensive, in cui una voce sconosciuta sosteneva di chiamare a nome del tale ufficio governativo e poneva ogni genere di domande su dove abitavamo, i nostri ospiti e le nostre abitudini, e ci ricordava che non eravamo niente, non avevamo alcun diritto e presto saremmo stati scacciati.
...
Non incontrai mai l'uomo che comprò l'arredamento e nemmeno assistei alla transazione, né vidi alla fine quando i mobili della camera da letto e della sala da pranzo furono allineati sul marciapiede. Abdou fu l'unico che pianse, ci disse Azisa. Un giorno tornai da scuola e trovai la casa vuota. Nel frattempo (mio padre) stava sfogliando una trentina di spessi taccuini verdi e di tanto in tanto strappava fogli che voleva conservare. Gli chiesi cosa stava facendo.
-Sono appunti che ho preso da giovane-. Li avrebbe buttati via? -Non tutti, ma qui dentro ci sono cose che preferirei sparissero-. -All'epoca avevi scritto qualcosa contro il governo?- gli domandai.
-No, la politica non c'entra. Altre cose- rispose, incapace di nascondere un debole sorriso. -Prima o poi capirai-.
Cercai di spiegargli che ero abbastanza grande, ma sapevo cosa mi avrebbe detto: -Questo lo dici tu-. Disse che si ricordava ancora quando, trentanni prima, il giorno in cui se n'erano andati da Costantinopoli, aveva visto la casa dei genitori vuota. Così come suo padre aveva visto quella dei suoi. E lo stesso era capitato anche ai nostri antenati prima di loro. Un giorno sarebbe toccato anche a me, anche se lui sperava che non accadesse -Ma tutto si ripete-. Cercai di protestare, dicendo che odiavo quel genere di fatalismo ed ero immune dalle superstizioni sefardite. -Questo lo pensi tu- mi rispose.
...
La notizia che mio padre aveva perso tutto arrivò un sabato mattina all'alba. Era l'inizio della primavera del 1965. Ce la comunicò Kassem, il caposquadra dei turni di notte alla fabbrica. Suonò il campanello e fu mio padre che andò ad aprigli. Intuì subito il motivo di quella visita antelucana e sembrò tanto sconvolto che il giovane operaio scoppiò in singhiozzi isterici.
-Allora l'hanno presa?- gli chiese mio padre, riferendosi alla fabbrica. -Sì.- -Quando?- -Stanotte. Non mi hanno permesso di telefonarle, così sono venuto di persona.-
Rimasero entrambi in silenzio all'ingresso, poi andarono in cucina dove mio padre cercò di improvvisare una tazza di tè. Si sedettero al tavolo, facendosi coraggio a vicenda, finchè non crollarono entrambi e non cominciarono a singhiozzare l'uno nella braccia dell'altro.
...
Quando finalmente parlai con mio padre quella mattina, mi disse che non era stata una sorpresa. Era andato a letto sapendo cosa l'attendeva l'indomani, ma non l'aveva detto a nessuno, nemmeno a mia madre. Poi mi feci coraggio e gli chiesi cosa sarebbe accaduto adesso. Avevano ancora bisogno di lui in fabbrica, mi rispose. Ma dopo sarebbe successo l'inevitabile. Cioè? Ci avrebbero chiesto di lasciare il paese. Avremmo dovuto abbandonare tutto. …
-Qualche settimana, un mese, forse.-
Fece una pausa, poi aggiunse: -A ogni modo per noi è finita-.
...
Quella sera sgattaiolai nella stanza di zio Nessim. Mi sedetti sul suo letto e guardando alla finestra le tremolanti luci della città mi tornò in mente quando parlava di Londra e di Parigi e diceva che un vero gentiluomo -quale si considerava- beveva un bicchiere di scotch tutte le sere. -Un giorno o l'altro questa roba mi ucciderà- profetizzava, -ma adoro sedermi qui a guardare la città e pensare a un po' di cose prima di cena.-
E adesso anch'io avrei fatto lo stesso, avrei pensato a un po' di cose, come diceva lui, alla nostra partenza e alle persone che non avrei mai più rivisto e a questa città, totalmente inseparabile da ciò che ero in quel preciso istante, al fatto che sarebbe scivolata via nel tempo e diventata più remota del mondo dei sogni.
Anche quello era un po' come morire. Essere morto significava che gli altri potevano entrare in camera tua, mettersi a sedere e pensare a te. Significava che altre persone sarebbero entrate in camera tua senza sapere che un tempo era stata tua.
A poco a poco ogni tua traccia sarebbe stata cancellata. Perfino il tuo odore sarebbe svanito.
Alla fine si sarebbero perfino dimenticati che eri morto.
Aprii la finestra per fare entrare il rumore della città.”


Alexandria sea front - www.qvillaggi.it

martedì 3 dicembre 2013

Ahmid il rugbista


Un'altra storia.
Dal Ghana a Messina, passando per Lampedusa

I giornali siciliani ed alcuni nazionali hanno recentemente riportato una bella notizia che voglio condividere con voi. Ahamid Salayaman, un giovane Ghanese di 26 anni ce l'ha fatta.
Ha coronato il sogno della sua vita sfidando le terribili marce del deserto nordafricano, la permanenza in Libia come straniero disponibile a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere, la traverata sul barcone e l'approdo a Lampedusa.

Dopo “Il Viaggio” della sua vita, finalmente la ricerca ha un termine e Ahmid può sostare fiero e contento sul suolo siciliano. Adesso gioca a rugby a Messina, nella squadra dell'Amadori che, ha ottenuto il suo affidamento.
Questa è la vera notizia. Una notizia strepitosa, che ribalta le cronache stanche del calciosport nazionale superpagato e blasonato e che si impone per il suo valore etico.
Il presidente dell'Amadori, Lello Arena, è orgoglioso per aver ottenuto questa “adozione”.
Salayaman è come un figlio che tutto il gruppo ha accolto come un fratello. E' questo il punto che viene ribadito da tutti: dai giocatori allo staff sportivo al completo.
Bisogna proprio sottolinearlo: forse è proprio questo il vero “gioco di squadra”.
Il resto viene dopo.
E se volete farvi un'idea più precisa andate a curiosare qui sotto.

L’Amatori Rugby Messina presenta Salayaman, il rugbista ghanese

Salayaman è ghanese. Un lungo viaggio per continuare a seguire il suo sogno: giocare a rugby.

Da: blogtaormina.it

di Cetty Lo Presti, 9 nov 2013

Amatori Rugby di Messina ha presentato Salayaman, un giovane migrante Ghanese di ventisei anni, giunto con un barcone prima a Lampedusa e poi a Messina. E’ ospite al Pala Niebolo di Conca D’oro, la struttura sportiva trasformata in centro di prima accoglienza per immigrati, e si allena con la squadra messinese da una settimana.
Salayaman si racconta. E’ andato via dal suo paese perché non gli piaceva il regime politico, ed è riuscito a superare la grande paura del viaggio da affrontare, solo perché gli hanno promesso che qui in Italia avrebbe potuto continuare a praticare il suo sport preferito: Il rugby.
Molti non si sono imbarcati per la paura, io all’inizio non volevo imbarcarmi, ma alla fine la voglia di venire qua era più grande”.
Non riesce a trattenere l’emozione quando gli si chiede di parlare del viaggio, e preferisce non rievocare alla memoria eventi tragici che ha vissuto, come la morte di alcuni migranti imbarcati con lui già al quarto giorno di traversata. “Non è facile” dice. Ed il suo volto è un continuo illuminarsi e incupirsi a seconda che gli si chieda del Rugby, o del viaggio.
Il rugby la sua grande passione. E’ stato anche un modo per integrarsi con gli altri ragazzi della squadra e non solo. Salayaman racconta di essersi integrato bene nella nostra città. Ha degli amici anche fuori l’ambiente sportivo, quelli che si sono imbarcati con lui, tra cui anche Nigeriani e Siriani.
Quando gli chiedo come è stato accolto a Messina, si entusiasma immediatamente “Bene, la gente di Messina è straordinaria, sono tutti buoni. Il Pala Nebiolo è semplice ma mi trovo tanto bene”. Ma ecco che torna immediatamente ad avvilirsi quando gli domando di parlarmi della sua famiglia. Si ammutolisce, gli occhi gli diventano lucidi e il volto si contrae. Così prosegue per lui un amico che conosce la sua storia, e con una mano sulla sua spalla mi racconta che il giorno in cui Salayaman è arrivato a Messina ha ricevuto una telefonata che lo avvisava della morte della madre, un problema polmonare.
Dopo qualche minuto Salayaman torna a raccontarsi: “ Qui con me c’è anche mio fratello. E’ stato lui a trovare in Libia un contatto che ci ha permesso di fare il viaggio. Ho dovuto lavorare come sarto in Libia per raccogliere i soldi che servivano per il viaggio e siamo partiti. Ho sentito i miei familiari telefonicamente, qualche giorno fa, adesso sono tutti contenti, dopo tanto piangere adesso tanta gioia”. Allora approfitto del momento di allegria per chiedergli se c’è qualcosa che gli piace della nostra cucina, e a sorpresa mi dice che gli piacciono i maccheroni, e mi racconta che quando è arrivato a Messina ha organizzato, con alcuni amici, una buonissima grigliata di carne.
E con l’ultima domanda Salayaman rafforza in me quella convinzione di come esistano cose che vanno al di là del colore della pelle, della nazionalità, dell’orientamento politico o della religione. Alla domanda: “Salayaman qual è il tuo sogno?” Mi risponde: “Voglio fare qualcosa di straordinario!






giovedì 7 novembre 2013

MULTITASKING


Lavorare, giocare e stringere rapporti... con un occhio allo smartphone.

 

da. "Diventare _ grandi.jpg"


Nel suo nuovo libro intitolato “Focus” (ed. Rizzoli) Daniel Goleman tratta uno dei processi psicologici più complessi da definire oggi: l'attenzione.
I giorni nostri, infatti, sono caratterizzati dal “fare veloce”. A volte compulsivo e, sempre più spesso, dal fare più cose contemporaneamente. E' la società del “multitasking” che fa presa nelle nuove generazioni, indossata come una divisa che, una volta infilata, è difficile rinunciarvi.
Quale relazione corre tra questo strafare e l'attenzione necessaria perchè si realizzi? Come funziona l'attenzione? Ce n'è una sola o si declina in tipologie diverse? E' una risorsa o un un pesante fardello da sopportare?

L'autore, professore ad Harvard e collaboratore scientifico del «New York Times», è conosciuto dal grande pubblico internazionale per il suo famoso libro “L'intelligenza emotiva” che ebbe un grande successo editoriale negli anni '90. In questo nuovo lavoro scompone ed analizza l'attenzione e ne mette in evidenza i diversi livelli di funzionamento. Lo fa con grande maestrìa e con la chiarezza tipica dell'insegnante americano, che ne permette una divulgazione su larga scala, anche per un pubblico non specialistico.
E' evidente a tutti che, dell'attenzione, non possiamo proprio farne a meno. E' una risorsa cognitiva che entra in gioco in numerose operazioni mentali: per apprendere concetti nuovi, per memorizzare e, infine, per decodificare lo stato emotivo del nostro interlocutore.
Goleman definisce questa facoltà il modo col quale orientiamo la nostra consapevolezza su ciò che ci circonda. E mette in evidenza tre tipologie di attenzione, sulle quali cercherò di soffermarmi proponendo alcune riflessioni personali.




Il primo modello di attenzione, è quello che ci permette di fare una selezione accurata tra gli innumerevoli stimoli che ci bombardano, per sceglierne alcuni e scartare tutti gli altri.
Per comprendere come funziona è utile ricorrere all'immagine di un “filtro” che trattiene nelle sue maglie solo alcune cose lasciando scorrer via il resto. Viene chiamata “capacità di concentrazione” perchè, come una lente di ingrandimento, mette a fuoco l'elemento centrato, sfumando e deformando i bordi che divengono illeggibili.
E' il requisito di base indispensabile per essere efficaci nelle azioni quotidiane e nella nostra professione, in quanto presente in qualsiasi processo di apprendimento. Ma c'è un pedaggio salato da pagare a questo processo mentale: essere concentrati richiede un grande sforzo attivo, con un grande dispendio di energia. Infatti quando uno stimolo nuovo viene rilevato dall'apparato sensoriale, questo dato si trasforma in un fattore di distrazione che ci costringe a scegliere se esaminarlo, oppure tenerlo ai margini del processamento.
Il secondo tipo di attenzione che Goleman individua la chiama “consapevolezza aperta”.
Ed è quell'esperienza che tutti noi possiamo fare quando lasciamo campo libero ai nostri sensi immergendoci in modo pieno nel “qui ed ora” per godere di ciò che avviene attorno a noi. In genere sperimentiamo questo tipo di attenzione quando spalanchiamo i nostri sensi nel contatto diretto con la natura che ci circonda. Come, per esempio, quando ci immergiamo nel rumore della risacca delle onde su una spiaggia; o nella visione del panorama che si gode dalla cima di una montagna; o quando ci lasciamo penetrare dalla vibrazione sonora di uno strumento musicale durante un concerto... e via dicendo.

 
da: "images.jpg"



L'ultima modalità di attenzione si concretizza quando lasciamo libera la nostra mente di “vagare dentro i nostri pensieri” e le nostre fantasie. Capita a volte di avere la sensazione di perderci dentro i meandri del pensiero; ma capita anche, in questo stato particolare della mente, di far convivere in modo nuovo degli elementi che fino a poco prima erano inconciliabili tra loro... è in questo modo che diventiamo creativi!

Si potrebbe obiettare a Goleman che, di tempo libero per poter lasciare aperti i nostri sensi sul creato e goderne beatamente ne abbiamo veramente poco. In tempo di crisi economica e sociale siamo sempre più obbligati a fare salti mortali per poter mantenere un lavoro ed una vita dignitosa. L'orario d'ufficio dalle 9 alle 17 e la settimana corta, sono reperti del secolo passato. Quando poi ne abbiamo troppo di tempo libero, è perchè siamo disoccupati; e quindi imbottiti di preoccupazioni, presi da pensieri deprimenti per lo stato di penuria e per le difficoltà nelle quali ci dibattiamo con foga per uscirne.


da: "Shutterstock.jpg"

Che fare? Goleman ci ricorda che in realtà noi possiamo ritrovare nelle pieghe della nostra vita così affacendata alcuni “tempi morti” ed è lì che possiamo lasciar correre in libertà il nostro pensiero. Per esempio quando ritorniamo in metrò verso casa, o durante la doccia, oppure quando portiamo i bambini nel parco giochi; quando ci prepariamo un panino imbottito o rassettiamo la casa con gesti automatici che non richiedono più alcuna programmazione, né sforzo di concentrazione. E’ vero che oggi abbiamo una agenda occupata da mattina a sera, ma quello che dovremo recuperare non è quel tempo libero che non c'è più, quanto “i momenti tra i momenti”. Infatti è in questo luogo che nascono le idee.

La seconda domanda da porre a Goleman riguarda il concetto di attenzione come attività selettiva, che dovrebbe occupare interamente la nostra operatività assumendo un compito alla volta. Come la mettiamo con la necessità sociale che ci impone spesso di lavorare su più compiti contemporaneamente? La modalità di operare su più livelli, cosidetta “multitasking”, può funzionare come filtro selettivo?
Secondo Goleman no. Infatti non è vero che la nostra mente è in grado di essere attenta su più cose contemporaneamente, piuttosto siamo costretti a passare molto velocemente da una cosa all’altra. Come fa la CPU del computer quando passa dal compito A al compito B, e poi al compito C secondo un algoritmo ripetitivo che non sgarra mai di una virgola!
Va da sé che noi esseri umani siamo macchine ben più complesse e flessibili di un robot/computer e che per certe funzioni cognitive essere multitasking diventa un vero handicap. Se per esempio non riusciamo più a leggere una pagina o a scrivere un testo perché siamo continuamente interrotti da altri stimoli, il processo attentivo ne risente e, alla lunga, la persona manifesta difficoltà di letto-scrittura. Cosa che si sta verificando in modo sistematico nelle nuove generazioni di studenti sia nella scuola primaria che secondaria e che merita di essere esaminato con molta cura.

 
da: "topic",  modificata



Ma il fatto più sconvolgente è quando osserviamo lo stesso fenomeno agire nei contatti sociali. Qui l'interazione tra due persone viene continuamente interrotta da una moltitudine di segnali contestuali distraenti: sms, squilli del cellulare, email. In questo caso il danno è ancora maggiore poiché si perde tutta quella parte della comunicazione non verbale, dalla mimica del volto ai gesti e alla postura, che integrano ciò che ci viene comunicato con le parole.
Goleman ci ricorda che il nostro è un cervello sociale, capace di interpretare i segnali non verbali; che questo cervello si sviluppa a partire dalla prima infanzia fino a circa 25 anni. Più questo cervello viene usato nella sua completezza, più saremo capaci di collegarci con chi ci sta di fronte, e stabilire un rapporto profondo con lui. Questa è la buona notizia.

La cattiva è la seguente. Se il flusso attentivo è continuamente interrotto da stimoli estranei, il nostro cervello disimpara a decodificare i segnali non verbali, come in una specie di analfabetismo di ritorno, mettendo a rischio il bene più importante che l'uomo possiede: la capacità di stabilire dei contatti coi suoi simili dotati sia di razionalità che di emotività e di consolidarli per farne dei legami affettivi.



 

giovedì 31 ottobre 2013

COSA RIMANE DI "SACRO"?


Pumpkin carving.jpg


Domani è la festa di “OGNISSANTI”, cioè di tutti ma proprio tutti i santi. 
E' una bella festa perchè attraversa culture, tradizioni e religioni diverse per dare voce a quel bisogno fondamentale che tutti gli esseri umani hanno di aggiungere un capitolo, anche dopo la nostra scomparsa, alla nostra storia personale. Una chance in più per continuare a vivere, in una dimensione diversa, accanto alle persone a noi care.
E allora si mescolano ingredienti del tutto diversi tra loro: l'invocazione degli spiriti degli antenati come protettori dell'oggi; la convivialità con loro attraverso le offerte di cibo; la paura scaramantica che affligge la notte precedente alla festa vera e propria come in Halloween e, per finire, la celebrazione delle virtù speciali di coloro che hanno ottenuto nella loro vita un rapporto “diretto” con Dio.

Mi chiedo, chi sono i “santi” oggi?
Sembra facile rispondere. Santo è un attributo proprio di Dio: sacro ed inviolabile per eccellenza. Un uomo lo diventa, quando viene dichiarato (sancìto) tale da una autorità religiosa per essere venerato e proposto come modello di vita. Insomma, una questione che riguarda la Chiesa e le altre organizzazioni religiose, non certo noi laici.
Ma c'è una parola che risuona forte perchè coinvolge tutti gli uomini, di qualsiasi genere, cultura, lingua e credo religioso.
E' il termine sacro”. Che vuol dire inviolabile. Cosa c'è di più sacro della vita stessa di ogni persona che vive su questa terra? Oggi, per stima approssimativa, siamo 7 miliardi e 200 milioni circa di abitanti che vivono sul questo pianeta. Quest'anno sono nati 115 milioni di bambini. Oggi ne sono nati 300.000 circa e sono morte 124.000 persone.
Siamo alla ricerca di un legame solido con le persone che amiamo e cerchiamo di mantenerlo tale nel corso della nostra esistenza. Condividiamo lo spazio e il tempo che ci è dato di vivere ragionando quasi sempre in termini minimali. E' con i nostri vicini di casa e con pochi altri, magari lontani mille miglia ma in contatto quasi contemporaneo che stabiliamo amicizia e solidarietà. Il resto ci è sconosciuto.
Le cifre, nella loro fredda razionalità, ci buttano in faccia una verità sconvolgente: nei due piatti della bilancia ci sono vite sconsacrate da uno sfruttamento disumano, ed altre in egual misura che si abbruttiscono e si autodistruggono nell'opulenza.

Una domanda mi tormenta da molto tempo: cosa rimane della sacralità di Dio in queste persone? Dove è finita una parte della sua inviolabilità, della sua misericordia e benvolenza?

24.284 le persone morte di fame oggi.
896.500.000 sono le persone denutrite nel mondo.
1.582.000.000 sono le persone in sovrappeso nel mondo.

763.400.000 le persone senza accesso ad acqua potabile.
1.498.755 morti per malattie associate all'acqua quest'anno.

6.300.000 bambini morti al di sotto del quinto anno di età quest'anno.

12.090.000.000 sigarette fumate oggi.
4.160.321 morti per fumo quest'anno.
2.081.473 morti per alcool quest'anno.

$333.000.000.000 soldi spesi in droga quest'anno.


Sono graditi commenti, ma va bene anche un rispettoso silenzio.